Amadei squalificato a vita, la prima ingiustizia della storia del calcio italiano

Amedei squalificato a vitaLa prima squalifica a vita del calcio italiano risale a settant’anni fa. Una vera ingiustizia. Ecco perché.

Quello a cavallo della guerra è veramente un periodo tremendo per Amadeo Amadei. Un periodo che lo vede addirittura squalificato a vita, per un fatto mai commesso, per una incredibile interpretazione del regolamento data dalla Federazione e tale da provocare una serie di petizioni a suo favore da parte dei colleghi.

I fatti incriminati accadono nella stagione 1942-43, ovvero quella successiva al primo scudetto romanista, in una Italia che è ormai teatro degli eventi bellici di una guerra che secondo Mussolini doveva essere vinta in fretta.

In una penisola ridotta ad un ammasso di macerie dai bombardamenti alleati, il calcio decide di continuare il suo cammino, su ordini provenienti dall’alto, per dare una parvenza di normalità e far credere agli italiani che tutto sta andando come aveva pronosticato il Duce.

In questo quadro sta nascendo la tirannia della più grande squadra italiana di ogni epoca, il Grande Torino, mentre la Roma sta pagando lo sforzo profuso un anno prima e la mancanza di ricambi ad una rosa che pure avrebbe bisogno di essere adeguata. Le due squadre, però, si ritrovano accoppiate in una semifinale del secondo trofeo nazionale dai grandi significati, un vero e proprio passaggio di consegne, almeno in ottica granata.

E’ il 23 maggio quando la Roma, dopo un viaggio avventuroso durato due giorni, riesce finalmente ad arrivare nel capoluogo sabaudo, trovando una accoglienza non proprio delle migliori, tanto che anonimi tifosi torinisti fanno avere come regalo di benvenuto un bel paio di forbici, quelle che secondo loro servono per scucire lo scudetto dalle maglie e consegnarlo a Valentino e compagni.

I giocatori giallorossi traggono proprio da quell’episodio la voglia di giocare che sembra averli abbandonati con il passare delle giornate, in una città del resto troppo presa dalla guerra per riservare grandi attenzioni al calcio. La semifinale di Coppa Italia si trasforma perciò in una partita vera e combattuta, con la Roma capace di rispondere colpo su colpo al Torino, tanto da portare i granata sull’1-1 sino a cinque minuti dal termine. Proprio al quarantesimo, però, accade il fattaccio, ovvero una rete del Torino che secondo i cronisti dell’epoca potrebbe essere viziata da fuorigioco. Un dubbio che non hanno i giocatori romanisti, i quali assediano l’arbitro, Pizziolo di Firenze, chiedendo l’annullamento del punto. Quando non lo ottengono, uno di loro perde la testa e rifila un calcio al direttore di gara, il quale, non riuscendo ad individuare il colpevole decide di espellere il capitano, ovvero Amadei.

Alla ripresa del gioco, prima i giallorossi smettono letteralmente di giocare, permettendo agli avversari di segnare la seconda rete senza incontrare resistenza, per poi far letteralmente sparire i palloni dal campo, tirandoli tutti fuori.

Le conseguenze si riveleranno funeste soprattutto per Amadei, il quale viene addirittura radiato, una punizione non solo sproporzionata, ma anche assurda, visto che è chiaro a tutti che il colpevole di quanto successo non è lui. Una squalifica che si aggiunge alla perdita del forno di Frascati, un evento che lo priva addirittura di ogni mezzo di sostentamento, tanto da indurre i suoi colleghi a fare una petizione per chiederne la grazia.

Alla fine tutto si sistema, anche perché con la fine della guerra è arrivato il momento di tornare alla normalità, anche se occorrerà attendere la ripresa dell’attività per sapere chi è stato il vero colpevole del gestaccio di Torino. La verità viene fuori durante una cena conviviale tra i giocatori romanisti, cui partecipa anche l’arbitro Pizziolo, e proprio l’atmosfera rilassata della serata induce Dagianti a confessare di aver dato lui la pedata al direttore di gara qualche anno prima. Ma ormai è acqua passata.

 

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