“Con gli scarpini non giochiamo” : la nazionale indiana ai Mondiali del ’50

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Tutti i retroscena di quella bizzarra nazionale indiana che nel 1950 non si presentò al Mondiale brasiliano per “strani” motivi.

In India il calcio non è certamente popolare. Lo sport nazionale, da quelle parti, è il cricket. Ora con l’arrivo di tanti campioni – come gli iridati Alex Del Piero, Marco Materazzi e David Trezeguet – e la nascita dell’Indian Super League qualcosa si sta lentamente muovendo.

Andando indietro nel tempo si scopre però che negli anni ’50 e ‘60 gli indiani un po’ a calcio ci sapevano giocare. In quel decennio, infatti, la nazionale non era affatto scarsa. Vinsero due edizioni dei giochi asiatici (1961 e 1962) e si classificarono quarti ai Giochi Olimpici di Melbourne del 1956. Risultato che, ad oggi, è la miglior posizione ottenuta da una squadra asiatica negli eventi a 5 cerchi.

Nel 1950 arrivò, addirittura, la qualificazione ai mondiali. In Brasile, infatti, la nazionale indiana avrebbe potuto debuttare nella coppa del mondo. Due anni prima nel 1948, alle Olimpiadi di Londra, persero solo 2 a 1 contro la Francia disputando una partita bellissima giocata nello storico Wembley… a piedi scalzi. Sì, a piedi scalzi, senza scarpini. Gli indiani così erano abituati e così giocavano.

Tornando al mondiale brasiliano però gli indiani non lo giocarono mai. La storia, un misto di realtà e leggenda, vuole che mentre Messico e Brasile erano pronti a scendere in campo per la partita inaugurale, l’India decise di ritirarsi dalla competizione. Il motivo? Le scarpe. Dal 1950 arrivò la regola che a calcio, negli eventi regolamenti riconosciuti dalle federazioni internazionali, si dovesse giocare indossando gli scarpini. La formazione indiana non poteva farlo per due motivi. Il primo perché non aveva delle scarpe per giocare a calcio e poi perché indossandole avrebbero perso grandissime parti delle proprie qualità.

Fu una delusione enorme – affermò T. Shanmugham un centrocampista di quella nazionale in una recente intervista–  eravamo tutti eccitati dall’idea di andare in Brasile. Ci sentivamo pronti per fare la nostra dignitosa figura. Il nostro schema prevedeva cinque attaccanti. C’era un però… non conoscevamo le regole. E forse questo è sempre stato il più grosso problema del calcio indiano”.  Forse?

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