Finale Messico 1970: Perché l’Italia perse? La risposta nella gestione di Rivera

Italia-Brasile in Messico 70Perché l’Italia perse contro il Brasile nella finale di dei mondiali del 1970? La risposta ha a che fare conla staffetta Rivera-Mazzola.

E’ terminata da pochi minuti allo stadio Azteca di Città del Messico la gara tra Italia e Germania, valevole per le semifinali dei mondali del 1970, che ha riportato l’Italia nell’aristocrazia del calcio, dopo i decenni bui seguiti alla Sciagura di Superga che hanno letteralmente spezzato in due la storia della nostra Nazionale.

La rete di Rivera che ha fissato il risultato sul 4-3 ha spinto nelle strade milioni di tifosi letteralmente impazziti e tra i tanti slogan che si alzano da ogni angolo delle penisola, ce n’è uno che arriva da Roma e che simboleggia alla perfezione il segreto che ha spinto in alto nel corso degli ultimi anni la squadra di Ferruccio Valcareggi: “Riva Rivera, Brasile sotto tera”.

Purtroppo, i tifosi italiani, e in particolare quelli romani, non sanno che nella finale con Pelè e compagni, il Commissario Tecnico rinuncerà proprio al fuoriclasse del Milan, dando la stura alle infinite polemiche che faranno seguito al 4-1 rifilatoci dai sudamericani.

Una scelta ancora oggi difficilmente comprensibile e in grado di riesumare amari ricordi tra i tifosi più anziani. Proprio sull’asse tra il bomber del Cagliari e il classico centrocampista rossonero, infatti, ha volato l’Italia dopo una prima fase stentata in cui gli azzurri hanno messo a segno una sola rete, quella di Domenghini alla Svezia.

Rompere quest’asse significherà mettere undici uomini stanchi alla mercè del Brasile, senza neanche avere il vantaggio della freschezza che potrebbe invece apportare un deciso ricambio della squadra. L’unico a lasciare il posto sarà proprio Rivera, il matador dei tedeschi e colui che può a ben diritto arrogarsi il ruolo di cervello della squadra, con conseguenze esiziali sul piano del gioco, il cui pallino sarà lasciato completamente ai brasiliani,  che dal canto loro non desiderano altro.

Eppure, una analisi attenta delle gare del Brasile potrebbe far capire con estrema facilità come solo se sfidati sul piano del gioco Pelè e compagni hanno messo in mostra la debolezza derivante da una retroguardia non proprio inappuntabile. Come dimostreranno del resto negli ultimi minuti della prima frazione di gioco, quando Boninsegna riesce a sfruttare una nefandezza collettiva per pareggiare la rete iniziale della Perla Nera.

Dopo questa rete, però, l’Italia cala vertiginosamente, limitandosi a presidiare la propria metà campo, senza però mai riuscire ad innestare il contropiede. Riva e Boninsegna rimangono in pratica a fare la guardia al classico bidone di benzina, senza più avere palloni giocabili, mentre De Sisti, Mazzola, Domenghini e Bertini mettono in mostra tutta la stanchezza accumulata nei centoventi minuti leggendari coi tedeschi. Rivera dal canto suo assiste dalla panchina all’eclissi azzurra, senza poter far nulla per cambiare ilo corso degli eventi.

Prima Gerson, poi Jairzinho, infine Carlos Alberto affondano i colpi in una retroguardia ormai non più in grado di ovviare alle carenze del centrocampo e negli ultimi sei minuti arriva la beffa finale, che farà saltare letteralmente i nervi ai tifosi e all’opinione pubblica italiana. Valcareggi, infatti, decide di far entrare Rivera quando ormai la gara non ha più alcun senso e la Coppa Rimet si è avviata in direzione di Rio de Janeiro.

Una decisione forse ancora più assurda dell’iniziale esclusione del fuoriclasse rossonero e alla base delle uova e pomodori che accoglieranno la spedizione di ritorno in Italia, a Fiumicino.

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