Herbert Prohaska, il campione soprannominato Lumachina

Prohaska, campione austriaco I geni sono a volte imcompresi. E incompreso è stato Herbert Prohaska, campione austriaco sbeffeggiato per la sua… Flemma.

Arriva in Italia nell’estate del 1980, uno dei primi stranieri a varcare le Alpi dopo la riapertura delle frontiere e in molti lo salutano come uno dei migliori in assoluto della pattuglia in arrivo sui nostri campi.  In effetti è stato un punto di forza dell’Austria Vienna, la squadra più famosa del suo paese, ma la scelta dell’Inter non si rivela felice. Herbert Prohaska, infatti, è il degno erede di una luminosa tradizione ormai in fase calante, quella del calcio danubiano, un football danzato a passo lento, nel quale le accelerazioni sono una vera e propria rarità e in cui si predilige il ritmo cadenzato e costante.

Il problema è che il calcio italiano è ormai preda di una certa frenesia, che è il logico risultato dell’evoluzione del catenaccio. Le squadre della Serie A amano chiudersi a riccio per poi ripartire in rapidi contropiede che non prevedono grandi elaborazioni cerebrali, ma garretti saldi e velocità di pensiero.

Prohaska è veloce di pensiero, ma la sua formazione è del tutto diversa, per lui la costruzione del gioco deve seguire uno spartito ben preciso e armonioso. Insomma, è anche bello a vedere e difficilmente perde un pallone, ma viene spesso saltato dal lancio lungo proveniente dalla difesa e di conseguenza si trova in difficoltà a mettere in evidenza le sue doti in cabina di regia.

Per sua fortuna, però, dopo due stagioni così così all’Inter, condite peraltro da otto reti, arriva la Roma a chiedere il suo cartellino e Fraizzoli è ben contento di liberarsene. Una vera svolta per Lumachina, come è soprannominato Prohaska, in quanto proprio la Roma, con il suo modo di giocare, è la squadra italiana che più si avvicina al bel calcio danubiano di una volta. Possesso prolungato del pallone e trame ariose: questo il timbro di fabbrica impresso da Nils Liedholm ai giallorossi, che sono tornati di prepotenza nella crema del calcio italiano dopo oltre un decennio di stenti.

Quando arriva nella capitale, c’è una certa delusione: molti lo danno infatti come una soluzione di ripiego derivante dal mancato acquisto di Boniek, finito alla Juve grazie all’intervento Fiat. Ben presto, però, l’austriaco si rivela il tassello perfetto per concludere il mosaico predisposto dal Barone. Le sue partite sono sempre da 6,5, ma è proprio quello che serve in una squadra ove c’è Falcao che gioca inevitabilmente da 8.

Si integra perfettamente con il Divino e con Ancelotti, dando vita ad un centrocampo capace di impostare e di difendere con la stessa inesorabile efficacia. Proprio sulla forza della cerniera centrale si fondano le fortune di una squadra che si avvia a vincere il suo secondo titolo, in barba ai pronostici della vigilia, tutti a favore della Juventus.

Lui, però, è ormai alla fine della sua avventura italiana. Alla fine dell’ano, infatti, Dino Viola riesce a mettere le mani su un altro grande interprete del calcio brasiliano, Toninho Cerezo, e per Herbert Prohaska non c’è più posto.

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