Viaggio nel Metodo: il modulo più vincente della storia

Modulo

Il Metodo è con tutta probabilità il modulo più vincente della storia e ha rivoluzionato il mondo del calcio. 

Oggi siamo abituati al falso nove, al regista, ai trequartisti… Ma negli anni Trenta, quando il calcio aveva solo qualche decennio alle spalle, vi era ampio spazio per le sperimentazioni. Molto spesso, chi riusciva ad anticipare i tempi e a introdurre una novità tattica, aveva la vittoria assicurata. Semplicemente, c’era molto più da scoprire. Bisogna solo avere coraggio.

Una qualità che certo non mancava a Vittorio Pozzo, storico commissario tecnico della Nazionale, che con gli Azzurri vinse tutto ciò che c’era da vincere. Per la precisione, il mondiale del 1934, le olimpiadi del 1936 e il mondiale del 1938. Il merito va alla sua rosa, che a quel tempo esprimeva valori elevatissimi (basti pensare a Meazza e Piola). Il merito è però soprattutto suo.

Vittorio Pozzo ha introdotto una mentalità vincente, che aveva nella disciplina e nell’etica del lavoro i suoi pilastro. Ha però introdotto un modulo nuovo, che esaltava le qualità degli italiani e rispetto al quale gli avversari, molto banalmente, non avevano gli anticorpi “tattici”.

Questo modulo è il cosiddetto Metodo. Oggi non esiste più, perché il calcio – si sa – cambia e si evolve. Esiste, ed è anzi molto in salute, il suo più diretto discendente: il 4-3-3.

A rigor di logica, però, il Metodo era a tutti gli effetti un 2-3-2-3. I più giovani strizzeranno gli occhi di fronte a un modulo che aveva solo due difensori eppure il modulo in questione era equilibro. Soprattutto, era adatto al contropiede.

Già, è grazie al Metodo che il concetto di contropiede ha acquisito una sua dignità tattica. Il motivo di ciò sta nell’invenzione più importante di Vittorio Pozzo: il centromediano metodista, quello che oggi definiremmo “regista davanti alla difesa”.

Posizionando un giocatore dai piedi buoni al centro del campo, e spostandolo dalla zona d’attacco (dov’era confinato fino a quel momento), ha creato una possibilità: il lancio lungo verso i giocatori d’attacco, possibilmente di prima, sicuramente per aumentare la velocità dell’azione. In definitiva, per realizzare il contropiede.

Metodo1

Come si può vedere da questa immagine, quelli che oggi chiamiamo terzini all’epoca erano noti come mediani laterali, mentre i terzini del Metodo corrispondono agli odierni difensori centrali. Come abbiamo già detto, il centromediano metodista è l’attuale regista davanti la difesa. Gli attaccanti interni fungevano da mezzali, mentre il trio di attaccanti avanzati aveva le stesse funzioni di oggi. Ecco spiegato, tra le altre cose, perché il ruolo di mezzala è stato ricoperto da giocatori offensivi, alla Mazzola per intenderci: un lascito del vecchio Metodo, dove gli interni erano considerati attaccanti.

A differenza del Sistema, che fu il modulo antagonista per molti anni, il Metodo donava equilibrio e dinamismo. All’apparenza sguarnito di difensori, permetteva una chiusura ermetica grazie all’abbassamento dei mediani laterali, che formavano con i difensori una linea difficile da superare (il Sistema non aveva esterni, se non in attacco).

In fase di contropiede, il Metodo si apriva a ventaglio: gli attaccanti interni – ricordiamo, le mezzali moderne – si allineavano alle tre punte. Dei mediani laterali, uno si avvicinava al centromediano metodista per dargli supporto, l’altro rimaneva o bloccato indietro o partecipava all’azione di attacco (se gli avversari erano particolarmente sbilanciati in avanti.

D’altronde, il Metodo trovò nella Nazionale un terreno molto fertile. Il modulo esaltava le caratteristiche italiane: scarsa forza fisica, disciplina, mediocre atletismo, grande tecnica. Non è un caso, quindi, che l’Italia è riuscita a vincere tutto quello che c’era da vincere.

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