Champions League 1984: il portiere ubriaco che infranse i sogni della Roma

Il portiere ubriaco che fece piangere la RomaTra la Roma e la Champions League una volta si intromise un portiere molto avvinazzato.

Le partite di calcio, specie quelle più importanti, sono spesso una questione meramente psicologica. La tecnica e l’atletica contano come sempre, ma a volte è la tenuta mentale a risultare decisiva.

Lo sanno bene i tredici giocatori della Roma che nel 1984 persero la finale di Champions League proprio a causa di un improvviso crollo di concetrazione.

A far perdere la lucidità non è stato un gol sbagliato, l’infortunio di un giocatore importante o un rigore assegnato contro. Fu un “ubriaco”.

Le virgolette sono d’obbligo: nessun giocatore si sognerebbe di giocare una finale con i sensi alterati. Eppure, a chi vedesse le immagini per la prima volta sembrerebbe che a sconfiggere la Roma sia stato un portiere… Ubriaco.

Stadio Olimpico di Roma, 30 maggio 1984. Roma-Liverpool. Dopo due tempi regolamentari “normalissimi” (1-1 con gol di Neal e Pruzzo) e due tempi supplementari abbastanza noiosi sale in cattedra Bruce David Grobbelaar. Un attore più che un portiere.

E da attore si comporta. Il copione è a dire il vero piuttosto improvvisato, ma efficace: fare l’ubriaco. Lo scopo? Distrarre gli avversari, indurli a badare più a lui che al pallone. Insomma, far loro sbagliare il rigore.

Ai più giovani non sembrerà nulla di eccezionale. Peccato che a quei tempi lo fosse, eccome. Nessuno prima di lui aveva utilizzato questa tattica. Oggi è frequente vedere portieri che sbracciano, fanno linguacce, si dimenano per “intimorire gli avversari”. Ci ha provato Hart con Pirlo durante i quarti di finale di Euro 2012 ma il centrocampista azzurro ebbe la capacità di fargli abbassare la cresta.

Capacità che mancò totalmente ai giocatori della Roma in quel lontano 1984. Il primo a farsi “ipnotizzare” fu nientemeno che Bruno Conti. Il secondo fu Graziani. Due giocatori navigati, all’epoca già campioni del mondo con la Nazionale.

Ma nello specifico cosa fece il portiere del Liverpool per compromettere la lucidità dei rigoristi avversari? Un giornale dell’epoca scrisse: “Grobbelaar ha quindi assunto atteggiamenti da sbruffone, strizzando l’occhio ai fotografi appostati dietro la linea di fondo, mordendo le corde della rete come se fossero spaghetti, danzando sulla linea di porta come un ubriaco”.

L’importanza del suo contributo, per quanto bizzarro, è ampiamente riconosciuta. I suoi compagni, però, se ne resero conto solo più tardi. Ian Rush, altra colonna portata di quel Liverpool, ebbe a dichiarare: “Solo guardando le immagini in televisione abbiamo compreso l’importanza del suo balletto. Grobbelaar è stato grande, la coppa è soprattutto merito suo”.

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