Italia ’90, il portiere degli Usa viene dalla Campania

tony-meolaNessun portiere nella nazionale di calcio USA ha toccato quota 100 presenze, nessuno tranne Tony Meola. A questo nome corrisponde un giocatore statunitense di origine italiana. Vincenzo il papà è, infatti, nato a Torella dei Lombardi, un comune in provincia di Avellino. La mamma, invece, è di Castelfranci un paese di poco più di 2000 abitanti in zona parco regionale del Partenio. Quando la coppia decide di trasferirsi in New Jersey nel 1965, mai avrebbe pensato che il loro figlio un giorno avrebbe potuto esordire in un mondiale giocando proprio contro l’Italia.

Una storia di immigrazione che come in un ipotetico circolo finisce da dove è cominciata. Il signor Meola è un appassionato di calcio, ha anche giocato in serie C con l’Avellino. Suo figlio Tony, quindi, quando nasce nel 1969 non può che sentire quest’influenza. C’è da ammettere che il ragazzo eccelle anche in altri sport, a scuola è infatti il capitano della squadra di basket, membro della squadra d’atletica e una delle più grandi promesse del baseball.

Si allenava in tutti gli sport e in tutti riusciva bene. Quando si iscrive all’University di Virginia, grazie ad una borsa di studio per meriti sportivi, ecco che conosce un altro “paisà”, Bruce Arena un allenatore che anni dopo diventerà anche commissario tecnico della nazionale USA. Arena lo guarda e lo costringe a concentrarsi con il calcio: “tu diventerai un grande portiere”.

Nel 1990, a 22 anni, Meola è già nel giro della nazionale, il soccer americano manca da un mondiale dal 1950. L’occasione per tornarci sembra ghiotta. Gli USA devono vincere in trasferta contro il Trinidad e Tobago e una volta fatto il portiere potrà, finalmente, arrivare nella “sua” Italia.  Da un college americano a giocare un mondiale nella patria dei suoi genitori, il passo è breve. Quando escono i gironi però c’è ancora di più: USA e Italia vengono inserite nello stesso raggruppamento.

Il debutto per Meola non è dei migliori, contro la Cecoslovacchia perde 5 a 1. Ma è la seconda partita quella che conta, contro gli azzurri si perde ancora, solo 1 a 0, ma Meola si esalta compiendo degli ottimi interventi. Quel mondiale finisce poi con la terza sconfitta (2 a 1 contro l’Austria) e l’eliminazione.

Tony Meola però quei giorni li ricorda ancora: “mi fermava tantissima gente, ogni tanto spuntava un parente che mi chiedeva dei miei, gente originaria di Torella dell’Irpinia che mi chiedeva l’autografo. Io regalavo paia di guanti, maglie e, soprattutto, sorrisi”.

Dopo Italia ’90 il portiere provò l’avventura nel calcio europeo che andò male. Non perché non fosse all’altezza, ma perché all’epoca per un americano ottenere un visto in Inghilterra (giocò nel Brighton e nel Watford) era difficilissimo. Passava più tempo in ambasciata che in campo e questo a Meola non interessava, lui voleva solo giocare a calcio. Tornò negli USA, divenne una star, giocò il mondiale casalingo del 1994 e poi, all’apice della carriera, venne ingaggiato dai New Jersey Jets una squadra… di football americano! Questo “tradimento” gli chiuse le porte della nazionale, anche se lui avrebbe garantito di poter fare entrambi gli sport.

Con la palla ovale dura poco, torna al calcio ma la nazionale non lo vuole. Ci tornerà nei primi 2000 riuscendo anche a partecipare, come terzo portiere, alla spedizione mondiale del 2002. Su quella panchina c’era un altro italo-americano, l’allenatore Bruce Arena uno dei primi a capire quanto fosse forte questo “paisà”.

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