La storia di Bronèe, il calciatore che faceva autogol per ripicca

Bronee il pazzoPiù pazzi di lui non ce ne sono stati. Scarpate, autogol per divertimento, scherzi perfidi. La storia di Helge Bronèe.

La leggenda di Helge Bronèe inizia quando il principe Lanza di Trabia chiede al suo allenatore, Gipo Viani, di portare a Palermo il più grande giocatore di calcio del mondo. Il tecnico gli narra le imprese del danese e il suo datore di lavoro gli ordina di attivarsi immediatamente, garantendo al football italiano una miniera di aneddoti e colpi di scena.

In effetti Bronèe è un grandissimo talento. Centrocampista dalla tecnica sopraffina, è capace di impostare il gioco e concluderlo con analoga efficacia e non si fa pregare per correre. Solo che ha un carattere del tutto particolare e il calcio è per lui un divertimento che nessuno gli può guastare. Se ne accorge lo stesso Gipo Viani, nel corso di una partita che la sua squadra sta cercando di pareggiare a costo di ricorrere al più classico del catenacci. Quando la gara sembra ormai instradata nel senso voluto, è proprio Bronèe a scalare in difesa buttando la palla in fondo alla sua porta.

Il gesto è talmente evidente che  negli spogliatoi debbono frenare Viani, il quale vorrebbe appendere il danese al muro. Da quel momento i due sono ormai nemici e quando la Roma si presenta nell’estate del 1952 per averlo, lui pone una sola condizione: mandare via Viani che pure ha condotto i giallorossi al ritorno in Serie A dopo la clamorosa caduta di un anno prima.

A Roma decidono che pur di avere un giocatore simile si può sacrificare anche uno dei migliori allenatori di ogni epoca e in questo modo si assicurano un divertimento continuo, spinto sino alla vera e propria follia. Le prime avvisaglie si hanno nel ritiro di Montalbieri, quando il dirigente Crostarosa, incaricato di salire per vedere come si comportino i giocatori, si imbatte in un generale nazista allacciato con una magnifica donna bionda. Dopo il primo sbalordimento, si rende conto che i due sono Bronèe e Eliani e che per rompere la monotonia del ritiro, il danese ha spremuto la mente sino a ricreare una atmosfera da Caduta degli Dei.

Per fortuna dei tifosi romanisti, però, Bronèe gioca anche in maniera divina, formando un quadrilatero spettacolare con Bortoletto, Pandolfini e Celio che riporta in alto la Roma. Tranne che nelle giornate di sole, quando decide di risparmiarsi e di limitare il suo raggio di azione alla parte di campo in ombra. Indimenticabili poi i suoi duetti con Bepi Moro, come quando nel corso dei forcing per spezzare il catenaccio avversario chiama anche il portiere a dare una mano. Per una tifoseria come quella romanista è il massimo poter unire il divertimento di tifare la squadra del cuore e allo stesso tempo assistere alle trovate spesso provocatorie di un vero istrione.

Nel 1953, però, Bronée decide che deve tornare a farsi notare. Il 25 ottobre, nonostante una prestazione sontuosa del danese, l’Inter strappa un punto all’Olimpico profittando di una papera di Moro. Negli spogliatoi si innesca un parapiglia, nel corso del quale Venturi ha la malaugurata idea di attaccare a brutto muso Bronèe, il quale per tutta risposta gli tira una scarpa che va a colpire il dirigente Campilli.

Bronèe viene sospeso, ma basterebbe una semplice lettera di scuse per rimettere a posto le cose. Una lettera che non arriverà mai, tanto che il danese accetta di andare a giocare con la squadra riserve, affermando che proprio quei ragazzi sono gli unici in grado di comprenderlo. Ormai la sua esperienza romana volge al termine e negli anni passati saranno in tanti a rimpiangere le sue trovate.

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