Lazio, anni Settanta: dall’inferno al paradiso con Maestrelli

La Lazio di MaestrelliUn giorno arrivò Maestrelli e tutto, per la Lazio, cambiò. Dall’inferno al paradiso in due battute.

L’estate del 1972 vede come al solito una Lazio in grande difficoltà. Non è del resto una novità per la società biancoceleste, ormai da più di un decennio trasformatasi in una sorta di squadra ascensore in bilico tra Serie A e cadetteria.

Il nuovo presidente Umberto Lenzini ha ereditato le macerie lasciate dalla gestione dissennate di Tessarolo che ha bollato la Lazio come Cassa del Mezzogiorno e neanche la sapienza tattica di Juan Carlo Lorenzo ha potuto fare molto in quegli anni. Con l’avvento di Tommaso Maestrelli, però, è cambiato tutto, anche se ancora nessuno lo sa.

L’ex capitano della Roma dell’immediato dopoguerra è infatti l’alfiere di un calcio che in Italia ancora nessuno ha mai messo in opera, il calcio totale che sta rendendo famosa l’Arancia Meccanica olandese.

Dopo l’arrivo in serie A, mancano in pratica pochi tasselli per innescare il miracolo che lascerà a bocca aperta il mondo del pallone tricolore. A procurarli è una fortunata cessione al momento non compresa dall’opinione pubblica, quella di Peppiniello Massa, spedito all’Inter in cambio di una carrettata di milioni e di Frustalupi.

Coi soldi gentilmente procurati da Fraizzoli, Lenzini acquista Pulici, Garlaschelli, Re Cecconi e Martini, tutti indicati da Maestrelli come ideali per il tipo di gioco che ha in mente.

L’estate scorre però tra una sconfitta e l’altra, che mettono in apprensione un ambiente ormai abituato ad una vita grama. Sono però soltanto i segnali dell’assestamento che sta avvenendo, in quanto il modulo predisposto da Maestrelli, e già messo in mostra a Foggia, ha bisogno di tempo per essere metabolizzato.

Sin dalla prima giornata del torneo 1972-73, infatti, la nuova Lazio fa capire di avere le carte in regola. Il suo gioco è moderno e spettacolare, con Martini e Re Cecconi ad impazzare sulle fasce in un tourbillon continuo ispirato da Frustalupi, mentre Chinaglia si incarica di fare a sportellate con i difensori avversari e Wilson presidia la difesa con grande sagacia.

La prima grande impresa arriva alla sesta giornata, quando batte la Roma di Herrera con una folgore di Nanni da fuori area. Da quel momento si installa nei quartieri nobili della classifica e perde lo scudetto solo all’ultima giornata, quando nei minuti finali viene sconfitta a Napoli, terminando dietro a Juventus e Milan.

Se qualcuno pensa si tratti di un fuoco di paglia, non ha però capito che la Lazio è una squadra vera e non ancora arrivata all’apice. Lo farà proprio nel 1973-74, quando si installa rapidamente al vertice per non mollare più.

Alla banda dell’anno precedente si è intanto aggiunto un giovanissimo, Vincenzo D’Amico, talento cristallino e carattere sbarazzino, il quale svolge un doppio ruolo, quello di dare ancora maggior varietà alle trame di gioco e di fungere da valvola di sfogo per Chinaglia, come dimostra il trattamento ricevuto da Long John durante una trasferta a Milano.

Del resto, il nervosismo all’interno dello spogliatoio biancoceleste non è certo una novità, se solo si pensa che la squadra è praticamente divisa in due tronconi capeggiati rispettivamente dall’attaccante e da Pino Wilson. Tutti pronti a sbranarsi negli allenamenti e a saltare fuori dalla trincea ogni domenica pomeriggio, per riversare sui malcapitati avversari una rabbia agonistica senza limiti.

In un torneo condotto sempre in testa, l’ultimo brivido viene paradossalmente dissolto dalla Roma, che a tre giornate dal termine neutralizza la sconfitta di Torino coi granata battendo negli ultimi minuti la Juventus per 3-2. L’apoteosi del 12 maggio 1974 è la ricompensa per una tifoseria rimasta sempre accanto alla squadra negli anni bui, ma anche l’ultimo sprazzo di serenità per un ambiente atteso dagli anni più difficili della sua lunga vita.

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