Mondiale ’82: “Italia – Camerun, ho le prove che fu comprata!”

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Italia-Camerun, Mondiali del 1982. Una partita non proprio al di sopra di ogni sospetto.

L’Italia del 1982 è da poco uscita dagli anni di piombo. Ragazzi, di opposte fazioni politiche, che si uccidono in strada per un ideale, stragi di stato, arresti, strategia del terrore. Come superare quindi tutta questa tensione? Con un momento di unità nazionale che possa farsi sentire tutte uguali, tipo una vittoria sportiva. Magari il calcio, perché no un mondiale. Calcio che poi, proprio in quel periodo, venne travolto dallo scandalo del calcio scommesse. Insomma, anche lo sport aveva perso credibilità e, in qualche modo, necessitava riacquistarla.

L’Italia è impegnata, infatti, in Spagna.  Un torneo che non partì con il piede giusto, ma che si concluso con la coppa alzata al cielo. È il 1982 e gli azzurri sono per la terza volta i più forti al mondo nel gioco di calcio, le piazze italiane sono gremite. Addio paura, ben ritrovata unità nazionale.

Sembra una trama di qualche dietrologo o complottista di basso rango e, magari, potrebbe esserlo. C’è un giornalista, però, che aveva un lauto contratto con La Repubblica e, a causa di una sua inchiesta su una presunta combina della partita ItaliaCamerun, si ritrovò senza lavoro.

Oliviero Beha, due anni dopo il mondiale spagnolo, decide di andare in Africa, insieme ad il collega Roberto Chiodi, per capire se quel pareggio 1 a 1 contro il Camerun del 23 giugno del 1982 che permise alla nazionale di passare il turno fosse così regolare come apparve.  I due giornalisti partono, infatti, per Yaoundé, capitale dello stato africana, e lì iniziano a fare una serie di interviste. La coppia non sostiene che l’Italia abbia comprato quel prezioso punto che gli consentì di passare il turno, bensì affermano che fu il Camerun a vendersi la partita. La loro inchiesta che sarebbe dovuta diventare un film documentario (mai prodotto) e poi un libro edito da Feltrinelli (pubblicato poi con una piccola casa editrice e pubblicizzato pochissimo), andò a intervistare proprio i protagonisti della nazionale camerunese. Uno su tutti Roger Milla, l’attaccante che nel 1982 era ancora semi sconosciuto, solo anni dopo divenne una vera e propria celebrità internazionale del calcio camerunese.

L’attaccante aveva ammesso che il pareggio fu combinato. Le colpe però erano tutte di Vincent, il loro commissario tecnico. L’Italia cosa c’entra? La nazionale nulla, ma un italiano – Orlando Moscatelli, di professione cuoco – fece da intermediario. Tra il Camerun e chi? L’intreccio prevedeva infatti che la camorra potesse recitare un ruolo fondamentale. La realtà criminale campana, infatti, avrebbe gestito il giro di scommesse, i camerunesi preso dei soldi per non provare a vincere la partita e tornare nel loro paese imbattuti. Gli africani, infatti, erano alle prime apparizioni internazionali e seppur vero che con un’eventuale vittoria avrebbero potuto far a loro passare il turno e anche vero che la federazione aveva comunque previsto un premio se il Camerun fosse tornato senza sconfitte. Il pareggio, quindi, accontentava tutti e su più fronti.

Le parole di Oliviero Beha, per riassumere il suo libro, possono, molto probabilmente rendere la tesi ancora più chiara:

L’affare Camerun mi è costato la carriera. Sono stato mandato via da la Repubblica, dov’ero inviato speciale e anche dopo non ho avuto spazi per svolgere il mio lavoro. Ma sono stato fortunato. Ho ricevuto minacce di morte da parte della camorra, che era coinvolta nella cosa. Sono stato messo davanti a un bivio. Potevano farmi pagare con la carriera o con la pelle. Mi hanno portato via solo la carriera. Quella non era una semplice partita. L’Italia, dopo due pareggi, aveva bisogno almeno di un terzo pari per passare il turno e non ripetere, dopo 16 anni, un’altra Corea. Non ultimi, c’erano gli interessi degli sponsor. Il Camerun che vendette il pareggio. A loro importava solo di tornare imbattuti (infatti diventarono i Leoni Indomabili). E così fu. Alcuni giocatori del Camerun e il loro c.t. Jean Vincent presero 30 milioni di lire ciascuno. Nessun coinvolgimento dei giocatori italiani. Erano coinvolti soltanto i dirigenti. Il presidente della Federcalcio, Federico Sordillo, e ho le prove per dimostrarlo, ottenne l’appoggio concreto di Michele Zazza, uno dei più importanti capocamorristi dell’epoca. Che, tra l’altro, quando mi incontrò, riuscì anche a ironizzare sul fatto che quella Coppa era anche merito suo…. ho un testimone dell’incontro che ebbi in carcere con Zazza nel 1987. E ho il materiale filmato di tutte le testimonianze, dei giocatori camerunesi e di un faccendiere italiano collegato al terrorismo, emigrato poi in Corsica. In pratica, tutto quello che racconto nel libro è riversato in diverse ore di un documentario, ovviamente mai andato in onda.

Il libro, oggi quasi introvabile, si chiama Mundialgate (editore Tullio Pironti). Per chi volesse leggerlo, però, c’è una possibilità. Dello stesso Beha, infatti, è uscito nel 2005 “Trilogia della Censura”. Un’opera che racchiude tre grandi inchieste del giornalista nato a Firenze. Una delle quali è, appunto, questa storia di campionati mondiali, soldi e pareggi datata 1982.

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