Nereo Rocco e il fantasma del Grande Torino

Nereo Rocco eil Grande TorinoIl fantasma del Grande Torino perseguitò Nereo Rocco. Ecco il perché.

Nereo Rocco è stato uno dei migliori tecnici della storia del calcio italiano. Dopo aver iniziato a far parlare di sé con la Triestina, negli anni successivi al conflitto, portandola ad un secondo posto reso ancora più incredibile dal fatto che la società giuliana appena un anno prima era retrocessa ed era stata salvata solo per il valore che la città rivestiva agli occhi dell’opinione pubblica, il Paron dette vita ad un secondo miracolo a Padova, ove arrivò nell’estate del 1954.

Nella città del Santo, Rocco prese ancora una volta una squadra a pezzi facendone una grande realtà del nostro calcio e trasformando l’Appiani in un fortino pressoché inespugnabile. Proprio sul terreno di Padova tornarono a nuova vita giocatori dati ormai per finiti, come Ivano Blason, o che non erano riusciti a dare il meglio di sé in precedenza, come lo svedese Hamrin o Rosa, scartato sulla sponda blucerchiata della Lanterna dopo essere stato scambiato per un attaccante e riportato a nuova vita calcistica restituendolo al ruolo di sapiente regista.

Arrivato al Milan sull’onda di quanto combinato nel Nord-Est, Rocco non ebbe difficoltà a confermare la sua bravura con un materiale tecnico finalmente all’altezza. I risultati della sua prima esperienza rossonera furono subito copiosi, con l’ottavo scudetto ad incorniciare le casacche milaniste e la storica vittoria di Wembley ai danni del Benfica, suggellata da una doppietta di Altafini innescato e ripetizione dal giovanissimo Gianni Rivera.

Poi, però, il cambio societario che portò all’avvento di Felice Riva, consigliò il Paron a cambiare aria, puntando stavolta su Torino, sulla panchina di quella società granata che soltanto dopo quasi due decenni iniziava a riprendersi dalla terribile sciagura di Superga, sotto la guida di Orfeo Pianelli.

Rocco fissò la sua base in un bar frequentato da un piccolo gruppo di amici, gli unici ammessi a parlare di calcio con lui e, soprattutto, a bere buon vino. Il materiale umano messogli a disposizione non era però neanche lontanamente paragonabile a quello che aveva avuto a disposizione a Milano. Nonostante ciò, riuscì ad ottenere un buon decimo posto nel suo primo anno, un piazzamento che per il Torino post Superga poteva essere considerato ottimo.

Il meglio, però, doveva ancora arrivare e a propiziarlo fu l’esplosione di quel Gigi Meroni che coi suoi dribbling e il suo anticonformismo si avviava a conquistare l’Italia del boom economico. Nonostante l’ottimo lavoro fatto, però, coronato dal settimo posto finale, il tecnico triestino non riuscì a fugare il fantasma del Grande Torino che ancora aleggiava sul Filadelfia.

Troppo ingombrante il ricordo di Valentino e degli altri grandi periti sul colle di Superga. Anche per un allenatore con le spalle larghe come lui.

Ai suoi amici, i soliti, tra un bicchiere e l’altro, usava dire che se uno dei suoi giocatori avesse segnato una rete da cento metri, si poteva essere sicuri che si sarebbe trovato sicuramente qualcuno pronto a sostenere che Valentino Mazzola lo avrebbe messo a segno da una distanza maggiore.

Un fantasma contro il quale era praticamente impossibile combattere e che poneva una seria ipoteca anche sul futuro societario. Proprio per questo motivo, alla fine Rocco decise di salutare il capoluogo sabaudo e di rientrare al Milan, per ricominciare a vincere trofei su trofei.

 

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