Toninho Cerezo e l’errore madornale di Dino Viola

Cerezo e Dino ViolaAnche i grandi sbagliano ma solo i grandissimi lo ammettono. E, per quanto riguarda Cerezo, Dino Viola lo ha ammesso.A volte anche i migliori fanno degli errori di valutazione, ma non molti hanno il coraggio di confessarlo. Anche Dino Viola, il presidente del secondo scudetto romanista ne commette uno, clamoroso, nell’estate del 1986, quando cede Toninho Cerezo alla Sampdoria sostituendolo con il danese Berggreen, acquistato dal Pisa. Qualche anno dopo, sarà lo stesso Viola ad ammettere che tornando indietro non farebbe più un errore simile.

Cerezo arriva a Roma nell’estate del 1983, mentre la città è ancora in festa per lo scudetto conquistato pochi mesi prima da Falcao e compagni. Una estate che però rischia di diventare indigesta per i tifosi giallorossi, alle prese con l’ipotesi clamorosa di un addio del Divino, che ha già trovato l’accordo con Fraizzoli per trasferirsi in nerazzurro. Quando l’ipotesi sembra ormai trasformata in realtà, Viola si muove con la consueta decisione che lo caratterizza e blocca due fuoriclasse brasiliani di eguale livello, almeno a giudicare dalle referenze, ovvero Socrates e Toninho Cerezo, già ammirati nel corso del mondiale vinto dall’Italia in Spagna.

L’intervento di Andreotti rende però inutile concludere entrambe le operazioni, in quanto Fraizzoli decide di mollare la presa su Falcao e Liedholm, tra Socrates e Cerezo si esprime a favore del secondo. Si tratta in effetti di un centrocampista atipico per il calcio verdeoro, capace di puntare più sulla praticità che sull’estetica, con la caratteristica di saper correre dal primo all’ultimo minuto senza stancarsi mai e senza perdere la necessaria lucidità in grado di ispirare la soluzione giusta.

Appena arriva a Roma, fa capire subito di avere le doti del grande giocatore, dimostrandole in avvio di campionato e soprattutto nelle gare di Coppa dei Campioni, ove sigla una spettacolare rete nel 3-0 rifilato dalla Roma ai campioni di Svezia del Goteborg.

Dopo un mese di ottime prestazioni, però, ha un calo di forma abbastanza evidente e pur non facendo mai mancare garretti e fosforo, il suo gioco sembra improvvisamente incepparsi. In molti si interrogano sui motivi di questa parziale defaillance, ma poi a primavera lui torna improvvisamente a giocare come sa eliminando i dubbi, in un finale di stagione reso amaro dalla sconfitta nella finale di Coppa con il Liverpool. Proprio lui, però, si prodiga per portare a Roma la quinta Coppa Italia, caricandosi sulle spalle una squadra che probabilmente non vede l’ora di dimenticare una annata eccezionale, ma finita con tanti rimpianti.

L’anno dopo, con Sven Goran Eriksson sulla panchina, continua a giocare alla grande, ma la squadra deve ancora fare sua la lezione del nuovo tecnico e alla fine è un mezzo fallimento. Riscattato però l’anno successivo, quando la Roma recupera ben sette punti alla Juventus con una folle rincorsa vanificata però dalla terribile sconfitta con il Lecce. La vittoria della Coppa Italia, l’ennesima, rende appena meno amara la stagione per l’ambiente, ma non per lui, scaricato da Viola e costretto a dirigersi verso Genova.

In Liguria, però, Tiramolla, come è stato soprannominato dai tifosi giallorossi non perde letteralmente un colpo, giostrando alla grande in una squadra che pezzo dopo pezzo sta per trasformarsi in un capolavoro, sino a vincere lo scudetto nel 1990-91. E proprio poco prima di morire, Dino Viola pronuncerà quelle parole che a Cerezo faranno grande piacere, ovvero di essersi sbagliato sul suo conto e di aver commesso un errore gravissimo. Del resto anche i grandi sbagliano, ma solo i grandissimi lo ammettono.

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